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Le stablecoin e il divario tra chi li crea e chi li usa davvero

Di Mag-Info Tech editorial · 2026-06-28

Le stablecoin e il divario tra chi li crea e chi li usa davvero

Nel 2025 i stablecoin hanno superato i 28.000 miliardi di dollari di volume transazionale, superando i colossi dei pagamenti come Visa e Mastercard messi insieme. Eppure, dietro questa crescita senza precedenti, c’è una realtà paradossale: la maggior parte dei fondatori di questi asset digitali e dei capitali che li finanziano sono ancora concentrati negli Stati Uniti e in Europa. Al contempo, la domanda reale — quella che si traduce in transazioni quotidiane, risparmio e accesso ai servizi finanziari — è trainata da mercati emergenti come Nigeria, Argentina e Filippine. Qui, i stablecoin non sono solo strumenti di investimento, ma veri e propri lifeline finanziari per milioni di persone che non hanno accesso a servizi bancari tradizionali o che cercano protezione dall’inflazione.

Questo divario tra chi crea i stablecoin e chi li usa davvero sta diventando un tema centrale per il futuro del settore. Mentre le grandi istituzioni finanziarie statunitensi ed europee — come BlackRock, JPMorgan e Fidelity — stanno già entrando nel mercato dei tokenizzati e dei regolamenti enterprise, le startup venture-backed faticano a emergere in un contesto già saturo. La domanda ora non è più se i mercati emergenti contino, ma perché così pochi investitori istituzionali sembrano averlo capito.

Stablecoin da 28.000 miliardi: la crescita che nessuno si aspettava

Nel 2025 i stablecoin hanno raggiunto un volume transazionale di oltre 28.000 miliardi di dollari, una cifra che supera di gran lunga quella combinata di Visa e Mastercard. Questo dato non è solo un record numerico: rappresenta una trasformazione strutturale nel modo in cui le persone e le aziende gestiscono i pagamenti e il valore nel mondo digitale. I stablecoin, asset digitali ancorati a valute tradizionali come il dollaro USA, hanno dimostrato di essere più efficienti, rapidi e accessibili rispetto ai sistemi di pagamento tradizionali, soprattutto in contesti dove le infrastrutture finanziarie sono deboli o inesistenti.

Tuttavia, dietro questa crescita c’è una distribuzione geografica e funzionale molto disomogenea. Mentre i volumi crescono a livello globale, la maggior parte dei fondatori e degli investitori rimane concentrata in poche aree geografiche: Stati Uniti, Europa e, in misura minore, alcuni hub asiatici come Singapore e Hong Kong. Questo significa che, nonostante i numeri impressionanti, il potere decisionale su come vengono progettati, regolamentati e commercializzati questi asset rimane saldamente in mano a soggetti che operano in contesti finanziari già maturi e competitivi. Le startup che cercano di emergere in questo settore si trovano così a dover competere non solo tra loro, ma anche con giganti della finanza tradizionale che stanno entrando nel mercato con risorse e capacità di scaling senza precedenti.

Fondatori e venture capital: un ecosistema ancora troppo occidentale

Secondo i dati raccolti da Stablescape, che monitora oltre 3.000 aziende attive nel settore dei stablecoin e delle cripto-fintech a livello globale, solo 1.300 di queste realtà hanno ricevuto finanziamenti da venture capital. Di queste, la stragrande maggioranza — circa l’80% — ha sede negli Stati Uniti o in Europa. Questo dato riflette una tendenza strutturale nel settore delle criptovalute: la concentrazione del capitale e del talento in poche aree geografiche, che storicamente hanno ospitato i principali centri finanziari e tecnologici del mondo.

Questa concentrazione non è casuale. Gli Stati Uniti e l’Europa dispongono di ecosistemi di venture capital tra i più sviluppati al mondo, con fondi che hanno la capacità di finanziare progetti ad alto rischio e alta ricompensa come quelli legati ai stablecoin. Inoltre, in queste regioni la regolamentazione è più chiara e prevedibile, almeno rispetto ad altre aree del mondo, il che riduce l’incertezza per gli investitori. Tuttavia, questa concentrazione crea anche un problema di mismatch tra l’offerta e la domanda reale di stablecoin. Mentre i fondatori e gli investitori occidentali si concentrano su casi d’uso come la tokenizzazione degli asset istituzionali o i pagamenti cross-border tra aziende, la domanda reale — quella che si traduce in milioni di transazioni quotidiane — è trainata da bisogni completamente diversi.

Mercati emergenti: dove i stablecoin salvano vite e generano ricchezza

I dati parlano chiaro: i mercati emergenti sono il vero motore della domanda di stablecoin. In Nigeria, ad esempio, oltre 26 milioni di persone utilizzano criptovalute, e il 59% di loro detiene USDT, il più diffuso stablecoin ancorato al dollaro. In Argentina, le transazioni in stablecoin rappresentano oltre la metà di tutti gli scambi sugli exchange locali, una cifra che riflette la corsa all’acquisto di dollari digitali per proteggere i propri risparmi dall’inflazione galoppante. In America Latina, secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale, i flussi di stablecoin rappresentano il 7,7% del PIL regionale, una percentuale che sottolinea l’importanza di questi asset per l’economia informale e formale.

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In questi contesti, i stablecoin non sono solo strumenti di investimento, ma veri e propri strumenti di sopravvivenza finanziaria. Per milioni di persone che non hanno accesso a servizi bancari tradizionali, i stablecoin rappresentano l’unico modo per accedere a dollari digitali, inviare denaro all’estero a costi ridotti o proteggere i propri risparmi dall’inflazione. In paesi come il Venezuela, il Libano o lo Zimbabwe, dove la moneta locale ha perso valore in modo drammatico, i stablecoin sono diventati una valuta di riserva alternativa, utilizzata quotidianamente per acquistare beni di prima necessità o per ricevere rimesse dall’estero.

Questa domanda non è solo numerica: è strutturale e destinata a crescere. Secondo le proiezioni, nei prossimi dieci anni il numero di persone nei mercati emergenti che utilizzeranno stablecoin potrebbe crescere esponenzialmente, trainato da una combinazione di fattori: l’aumento della penetrazione di internet e degli smartphone, la crescente instabilità delle valute locali e la necessità di accesso a servizi finanziari decentralizzati. Tuttavia, nonostante questa opportunità, la maggior parte dei venture capital e dei fondatori rimane concentrata in Occidente, dove la domanda di stablecoin è ancora limitata a casi d’uso istituzionali o di nicchia.

Perché gli investitori occidentali stanno sbagliando strategia

La concentrazione dei fondatori e dei venture capital nei mercati occidentali non è solo un problema di geografia: è una questione di strategia. Gli investitori che si concentrano esclusivamente su Stati Uniti ed Europa rischiano di perdere l’opportunità di finanziare le prossime grandi innovazioni nel settore dei stablecoin. Le startup che operano in mercati emergenti non solo hanno accesso a una domanda reale e in crescita, ma spesso sviluppano soluzioni più innovative e resilienti, adattate a contesti dove le infrastrutture finanziarie sono carenti o inesistenti.

Ad esempio, in Nigeria le startup locali hanno sviluppato soluzioni di pagamento mobile basate su stablecoin che bypassano completamente il sistema bancario tradizionale, utilizzando reti di agenti locali e smartphone. In Argentina, le piattaforme di risparmio in stablecoin permettono agli utenti di proteggere i propri risparmi dall’inflazione senza dover ricorrere a conti bancari costosi o inaccessibili. Queste soluzioni non sono solo innovative: sono anche scalabili e replicabili in altri mercati emergenti, dove la domanda di servizi finanziari decentralizzati è destinata a crescere.

Tuttavia, finanziare queste startup non è semplice. I mercati emergenti presentano rischi aggiuntivi: instabilità politica, regolamentazione incerta, infrastrutture tecnologiche carenti e difficoltà nel reperire talenti locali. Per questo motivo, molti venture capital preferiscono concentrarsi su progetti con sede in Occidente, dove il rischio è percepito come minore. Ma questa scelta potrebbe rivelarsi miope nel lungo termine. Secondo alcune analisi, i fondi che investono oggi in startup di stablecoin con sede in mercati emergenti potrebbero ottenere i ritorni più significativi del prossimo decennio, proprio perché stanno cavalcando una tendenza destinata a crescere esponenzialmente.

Il rischio di un ecosistema a due velocità

Il divario tra chi crea i stablecoin e chi li usa davvero sta già generando un ecosistema a due velocità. Da un lato, abbiamo le grandi istituzioni finanziarie occidentali che stanno entrando nel mercato dei tokenizzati e dei regolamenti enterprise, con risorse e capacità di scaling senza precedenti. Dall’altro, abbiamo le startup venture-backed che cercano di emergere in contesti già saturi, spesso con risorse limitate e senza un chiaro vantaggio competitivo.

Questo divario rischia di marginalizzare ulteriormente le startup che operano in mercati emergenti, che potrebbero trovare sempre più difficile competere con i giganti della finanza tradizionale. Inoltre, potrebbe portare a una concentrazione ancora maggiore del potere decisionale nelle mani di pochi attori, con conseguenti rischi per la decentralizzazione e l’innovazione del settore.

Per evitare questo scenario, è necessario un cambiamento di prospettiva. Gli investitori devono riconoscere che la vera opportunità nel settore dei stablecoin non si trova nei mercati occidentali, dove la domanda è già satura e la concorrenza è feroce, ma nei mercati emergenti, dove la domanda è reale, in crescita e ancora largamente insoddisfatta. Questo richiede non solo un cambiamento di mentalità, ma anche un impegno concreto nel finanziare startup locali, adattare i prodotti alle esigenze dei mercati emergenti e collaborare con le comunità locali per costruire soluzioni sostenibili e inclusive.

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Cosa devono fare i fondatori e gli investitori per non perdere l’opportunità

Per i fondatori che operano in mercati emergenti, la sfida è duplice: da un lato, devono sviluppare soluzioni che rispondano alle esigenze reali delle comunità locali; dall’altro, devono trovare il modo di scalare i loro progetti senza dipendere esclusivamente dal venture capital occidentale. Questo può significare collaborare con partner locali, utilizzare modelli di business inclusivi e adattare i prodotti alle specificità culturali e normative dei mercati di riferimento.

Per gli investitori, la sfida è altrettanto complessa. Devono riconoscere che finanziare startup in mercati emergenti non è solo un atto di responsabilità sociale, ma anche un’opportunità di business. Per farlo, devono essere disposti a prendersi rischi aggiuntivi, adattare i loro modelli di valutazione alle specificità locali e costruire relazioni di lungo termine con le comunità e le istituzioni locali. Inoltre, devono essere pronti a sperimentare con modelli di finanziamento alternativi, come il debt financing o il grant funding, che possono essere più adatti ai contesti emergenti rispetto al tradizionale equity financing.

Un esempio concreto di questo approccio è rappresentato da alcune piattaforme di finanza decentralizzata (DeFi) che stanno emergendo in Africa e America Latina. Queste piattaforme non solo offrono servizi finanziari accessibili e a basso costo, ma lo fanno in modo completamente decentralizzato, senza la necessità di intermediari tradizionali. Questo modello non solo risponde alle esigenze delle comunità locali, ma rappresenta anche un’alternativa innovativa ai sistemi finanziari tradizionali, che spesso sono inaccessibili o inefficienti.

Il futuro dei stablecoin: tra decentralizzazione e regolamentazione

Il futuro dei stablecoin dipenderà in larga misura dalla capacità del settore di colmare il divario tra chi li crea e chi li usa davvero. Da un lato, c’è la necessità di mantenere la decentralizzazione e l’innovazione che hanno caratterizzato l’ascesa delle criptovalute. Dall’altro, c’è la necessità di garantire stabilità e sicurezza, soprattutto in contesti dove i stablecoin rappresentano una valuta di riserva alternativa.

Questa sfida richiederà un equilibrio delicato tra innovazione e regolamentazione. Da un lato, i regolatori devono evitare di soffocare l’innovazione con normative troppo restrittive, soprattutto nei mercati emergenti dove i stablecoin rappresentano una risorsa fondamentale. Dall’altro, devono garantire che i stablecoin siano sicuri, trasparenti e affidabili, soprattutto quando vengono utilizzati per transazioni di valore significativo.

In questo contesto, i fondatori e gli investitori hanno un ruolo chiave da giocare. Devono lavorare a stretto contatto con i regolatori per sviluppare framework normativi che favoriscano l’innovazione senza compromettere la sicurezza. Inoltre, devono impegnarsi a costruire ecosistemi inclusivi e sostenibili, che coinvolgano non solo gli investitori occidentali, ma anche le comunità locali e le istituzioni dei mercati emergenti.

Cosa devono monitorare gli investitori e i fondatori nel 2026

Per chi opera nel settore dei stablecoin, il 2026 si preannuncia come un anno cruciale. Ecco alcuni trend e sviluppi da monitorare attentamente:

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  • Regolamentazione globale: I regolatori di tutto il mondo stanno lavorando a framework normativi per i stablecoin. In Europa, ad esempio, il regolamento MiCA rappresenta un punto di riferimento, ma molti paesi stanno sviluppando le proprie normative. Gli investitori devono monitorare questi sviluppi per capire come potrebbero impattare i loro progetti e le loro strategie di investimento.

  • Adozione nei mercati emergenti: La domanda di stablecoin nei mercati emergenti continuerà a crescere, trainata da fattori come l’inflazione, l’instabilità valutaria e la necessità di accesso a servizi finanziari decentralizzati. I fondatori devono concentrarsi sullo sviluppo di soluzioni che rispondano a queste esigenze, mentre gli investitori devono essere pronti a finanziare progetti che operano in questi contesti.

  • Competizione con la finanza tradizionale: Le grandi istituzioni finanziarie stanno entrando nel mercato dei stablecoin, offrendo prodotti tokenizzati e servizi di regolamento enterprise. Questo rappresenta sia una minaccia che un’opportunità: da un lato, la concorrenza sarà più agguerrita; dall’altro, la collaborazione con questi attori potrebbe aprire nuove opportunità di scaling e innovazione.

  • Innovazione tecnologica: Nuove tecnologie come la blockchain di nuova generazione, gli smart contract avanzati e le soluzioni di privacy potrebbero rivoluzionare il settore dei stablecoin. I fondatori devono essere pronti a sperimentare con queste tecnologie per sviluppare prodotti più efficienti e sicuri.

  • Collaborazione con le comunità locali: Per avere successo nei mercati emergenti, le startup devono collaborare strettamente con le comunità locali, adattando i loro prodotti alle esigenze specifiche dei diversi contesti culturali e normativi. Gli investitori devono supportare queste collaborazioni, riconoscendo che il successo a lungo termine dipende dalla capacità di costruire soluzioni inclusive e sostenibili.

Conclusione: il divario da colmare per un futuro inclusivo

I stablecoin hanno il potenziale per rivoluzionare il modo in cui milioni di persone accedono ai servizi finanziari, soprattutto nei mercati emergenti. Tuttavia, questo potenziale rischia di essere sprecato se il settore continuerà a concentrarsi esclusivamente sugli Stati Uniti e sull’Europa, ignorando la domanda reale che sta emergendo in Africa, America Latina e Asia.

Per evitare questo scenario, è necessario un cambiamento di prospettiva. Gli investitori devono riconoscere che la vera opportunità non si trova nei mercati occidentali, ma nei contesti dove i stablecoin rappresentano una risorsa fondamentale per la sopravvivenza finanziaria. I fondatori devono sviluppare soluzioni che rispondano alle esigenze delle comunità locali, collaborando con le istituzioni e le comunità per costruire ecosistemi inclusivi e sostenibili.

Solo così il settore dei stablecoin potrà crescere in modo equilibrato e inclusivo, garantendo che i benefici dell’innovazione finanziaria digitale siano accessibili a tutti, non solo a pochi privilegiati. Il futuro dei stablecoin non è solo una questione di tecnologia, ma anche di equità e accesso. E sta a noi decidere se vogliamo costruirlo insieme o lasciarlo nelle mani di pochi.

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